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Open to work

“Giovane [nome della professione] in cerca di un’opportunità lavorativa stimolante. Ho esercitato la professione di [una professione a caso] per un anno e mezzo e ad oggi ho deciso di mettermi nuovamente in gioco valutando l’ambito aziendale [categoria aziendale]. Sono alla ricerca, pertanto, di una possibilità che mi permetta non solo di entrare a diretto contatto con tale ambito ma soprattutto di crescere professionalmente. Completano il profilo intraprendenza, ascolto attivo, buone capacità empatiche, organizzative e di team-working.”


Mi capita spesso di leggere post su LinkedIn come quello rappresentato sopra. Post di persone in cerca di occupazione, cerchiate di verde sulla foto e marchiate come “open to work” (e qui si apre un capitolo a cui dedicherò un approfondimento in futuro). 
Credo di comprendere, con buon senso, l’intenzione della persona: sta cercando di aprirsi ad un nuovo settore e ruolo professionale e mettersi a disposizione delle aziende che possono offrirgli tale opportunità. Ma con quali strumenti? Il linguaggio utilizzato è efficace rispetto all’obiettivo professionale? Si capisce qual è l’obiettivo professionale del candidato/a? Per quale posizione, ruolo, attività è vuole proporsi? Ha messo in evidenza le esperienze professionali o gli aspetti di se’ che sono strettamente connessi alle attività del ruolo per cui si vuole proporre?


La sensazione che provo è un misto fra tenerezza e rabbia. Presentarsi dicendo che abbiamo intenzione di cambiare settore professionale senza indicare le posizioni per le quali ci interessa essere valutati dai recruiter o dagli HR aziendali è come sedersi a un ristorante e dire al cameriere che vogliamo semplicemente mangiare.
Cosa ti interessa veramente? Quali ruoli, attività, responsabilità vorresti che ti venissero affidate? Qual è il tuo obiettivo professionale?
E se non conosciamo i job title – ruoli aziendali in gergo – o le attività professionali per le quali ci vorremmo proporre, andiamo a fare qualche ricerca su LinkedIn, cerchiamo di capire chi fa cosa e quanto del nostro bagaglio professionale e delle nostre competenze potremo portare in quel ruolo.
Così facendo potremo essere specifici e dare di noi quelle informazioni che interessano veramente i recruiter o gli specialisti HR e che potranno consentire loro di valutarci per una posizione piuttosto che per un’altra. E forse finalmente la smetteremo di presentarci come persone dotate di “ascolto attivo, buone capacità empatiche, organizzative e di team-working”; sono soft skills sicuramente necessarie nel mondo del lavoro, ma vanno bene un po’ per tutte le professioni e le aziende. Chi vorrebbe avere un dipendente con ascolto passivo, non empatico, disorganizzato e scontroso con i colleghi?

Sforziamoci di parlare di noi stessi e delle nostre esperienze solo nella misura di ciò che può fare veramente la differenza per il ruolo, l’azienda o il settore verso cui ci proponiamo. Altrimenti rimarremo solo candidati con un cerchio verde intorno con su scritto “open to work”.

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